Un interessante articolo da l'Espresso del 18/9/08 sul crollo del mito dell'auto. Leggi l'articolo
AUTODEMOLIZIONE
Per 70 anni è stata il simbolo e il sogno della libertà. Ora dagli States all'Europa si scopre che l'automobile è una prigione. Storia di un pensiero che vuoi distruggere un mito
DI GIGI RIVA
Se è l'auto degli altri che soprattutto infastidisce, anche alla propria non si guarda più con amorevole trasporto. Al netto di patiti, fanatici o inguaribili romantici, c'è una fetta di popolazione in crescita che considera le quattro ruote, al massimo, un male necessario. I più radicali usano termini robusti: una dannazione. Le vendite a picco sono il sintomo della grande crisi economica mondiale, ma non solo, Il prezzo della benzina, l'esoso tagliando, il bollo e l'assicurazione sono oboli che si sopportavano quando erano un tributo all'idolo.
Con l'idolo adesso non si può correre per via dei limiti di velocità, i punti patente, la sicurezza. L'idolo è un involucro che ha idealmente le sbarre di una prigione dalla quale non si evade negli immondi ingorghi, rilascia gas venefici, ha invaso, nel suo moltiplicarsi, gli spazi degli umani, dai marciapiedi alle aiuole. Come nei peggiori incubi da film di fantascienza obbliga a immaginare uno scenario da o noi o le macchine". A tanto si è giunti e l'antropologo francese Marc Augé non esita a recitare un de profundis: "Il mito dell'automobile è morto".
Che fosse tale, è esperienza condivisa. E lo stesso Augé, fissa, per il suo Paese, una data d'inizio, il 1936, anno dell'introduzione delle vacanze pagate. La campagna era lontana, ma il motore offriva il sogno di libertà, era «il simbolo dell'evasione-. La due cavalli Renault, la Citroèn che, nella sua versione a trazione anteriore, complice il cinema, sarebbe entrata nell'immaginario come l'auto dei poliziotti e dei gangster perché teneva bene la strada. «E se li vede», ancora Augé, dei rapinatori oggi in città? Non ce la farebbero a scappare, resterebbero imbottigliati". Stabilire quando il mito è morto risulta un po' più complicato perché c'è stata una lunga agonia: «Un colpo glielo hanno inferto i divieti. Si fabbricano bolidi che vanno velocissimi e si possono utilizzare solo nei circuiti, chi si presenta con un SUV nei centri storici va incontro alla riprovazione sociale. Non è più invidiato ma è assai malvisto.
L'architetto Massimiliano Fuksas a proposito del gigantismo degli ultimi modelli usa una similitudine: «E come vendere scatole di gelati a un diabetico. Lo si costringe a una vita di frustrazione terribile». Lui ha progettato il centro di ricerca della Ferrari a Maranello e di Montezemolo è diventato amico ma non ha ceduto alle sirene di chi gli proponeva <
Prendendolo alla lettera, si dovrebbe dedurre che il fascino permane, almeno quello legato alla categoria lusso. Augé traccia una netta distinzione tra l'Occidente e il resto: l'attenzione all'ecologia da noi e stata fondamentale per relativizzare l'equazione bella vettura uguale potenza e ricchezza. Non così in Africa (continente che ha molto studiato) dove è la Mercedes a rappresentare la potenza. Non così in Cina dove il possesso dell'auto è legato all'idea del progresso sociale». Guido Viale, autore già nel 1996 del fortunato "Tutti in taxi. Demonologia dell'automobile" (Feltrinelli) e l'anno scorso di "Vita e morte dell'automobile" (Bollati Boringhieri) propone una distinzione più precisa: «Il mito è in voga nei paesi emergenti.
Nei paesi motorizzati la macchina e ancora uno status symbol per una percentuale consistente della popolazione. Non lo e più per una categoria di persone in rapida crescita e per degli analisti economici che cominciano ad accorgersi dell'insostenibilità di un modello fondato sull'automobile». In polemica con gli ambientalisti, ritiene che non sia la cattiva qualità dell'aria a ingrossare l'esercito degli anti-macchina, ma la riduzione progressiva degli spazi pubblici a disposizione dei cittadini. Per secoli la città è stata il punto di addensamento delle relazioni sociali e della cultura .Il primato dell'auto ha indotto ad allargare orizzontalmente le città e a disperdere quel patrimonio di incontri. Il surrogato sono stati i centri commerciali, ma ora non bastano più.
Sull'onda di questa esigenza, le città torneranno a essere quello che sono sempre state. Luoghi a portata di bicicletta o del passo dell'uomo (obsoleto il cavallo). Che le nostre città europee non fossero state progettate per l'auto, è affermazione scontata. Pare addirittura più interessante, allora, guardare agli Stati Uniti dove la vita on the road, le larghe autostrade a dieci corsie non sono una connotazione paesaggistica, ma l'adesione a uno spirito che richiama libertà. Eppure anche tra East e West Coast l'auto è in crisi. Ha scritto lo studioso Alan Ehrerenhalt (su "The New Republic" ), che le città americane stanno subendo una rivoluzione urbanistica. I benestanti tornano in centro, per non dover usare l'automobile. È la fine del concetto di periferia residenziale, simbolo dell'America moderna. Sta succedendo a Chicago. E. perfino nella Los Angeles che e l'emblema delle freewav un sindaco controcorrente Antonio Villaraigosa sta obbligando gli urbanisti a riprogettare la megalopoli dotandola di un cuore dove la gente possa andare a piedi. Somma bestemmia sino a ieri, esigenza di domani.
Da Roma Fuksas guarda con scetticismo all'opera titanica che tocca ai suoi colleghi: «Come si fa a trasformare Los Angeles che è nata per la macchina: E come immaginare di cambiare il dna a una persona. Più facile che la rivoluzione abbia successo a Est. A Manhattan se ti volti un attimo dopo aver parcheggiato male, scopri che è già arrivato il carro attrezzi. Ma quella è New York, altra storia. Certo a lui dispiace per i poveri californiani costretti a convivere con la bruttezza: "Perché le automobili sono oggetti orrendi senza nessuna possibilità di innovazione. Dentro c'è il motore e fuori la carrozzeria. La potrai tare tonda, bombata, allungata, compatta, squadrata, ma e sempre la stessa cosa. E come possedere una casa piccola, scomoda e maleodorante. La puoi arredare come vuoi, ma brutta rimarrà". Un mostro lei e mostri noi insieme. Viale cita un racconto di Sebastiano Vassalli che attualizza la metamorfosi di Kafka. Uno si risveglia nella sua auto ed è un misto tra l'uomo che era e la macchina. Si può anche interpretare, però, come la parafrasi della simbiosi ineluttabile. Per tanti lo è stata davvero: l'auto come estensione del sé.
Viale ancora ricorda: "L'amore viscerale per l'automobile segue una curva che coincide con quella dell'individualismo". Siccome tu un leader del '68 scatta il sempiterno riflesso della divisione politica. Chi è di destra è individualista e ama le macchine e chi è di sinistra lo è meno? Viale sorride e chiede si precisi: «Assolutamente no. Lasciamo perdere destra e sinistra. E assai più facile dividere le persone tra chi ama visceralmente l'auto e non concepisce l'ipotesi di farne a meno e chi chiede un sistema di trasporti più facile e razionale». Il nostro futuro sarà fatto di taxi, car sharing, veicoli in affitto. O di altri mezzi di trasporto che obbligano a fermate fisse e frequentazioni promiscue. In ogni caso ci aspetta una rivoluzione psicologica molto profonda secondo Marc Augé: "Avevamo personalizzato le nostre automobili esattamente come le nostre case. Giravamo con un pezzo di noi stessi che volevamo ci rappresentasse. Non sarà più così-. E che ne sarà dei collezionisti? Viale: «Quelli come l'avvocato Niccolò Ghedini, che si vanta di avere cinque o dieci macchine, sono in preda a un'aberrazione totale. Possono sempre andare a visitare un museo. Ce ne sono tanti e di bellissimi".
Resta da capire, morto un mito, quale sarà quello sostitutivo. L'aereo, soprattutto se privato? Augé ne dubita: è il mezzo più pratico per andare lontano. Ma corre così in fretta da farci comprendere che la Terra è piccola e impedisce di coltivare il sogno. Il sogno della fuga, il desiderio di scappare hanno avuto tanta parte nella fortuna dell'auto. Questo desiderio esiste sempre di meno. Arriverà l'idea che per scappare non bisogna poi andare molto lontano.
L'antropologo propone due alternative mitologiche apparentemente di distanza siderale: -Inizia il turismo spaziale e guardare il Pianeta dall'alto sarà una fuga. Per i giovani ci sarà invece la bicicletta, soprattutto in città". Quest'ultima ha il vantaggio di essere accessibile, permette di districarsi negli imbottigliamenti, fa viaggiare il pensiero. In sella non ci si sente soli. Perché basta tirare il freno e mettere il piede per terra per salutare qualcuno che sta passando, ciao come va?. E inizia l'avventura della conoscenza.